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Come riconoscere le INTOLLERANZE ALIMENTARI!

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Prima di iniziare a parlare nel dettaglio delle intolleranze alimentari è doveroso distinguerle dalle allergie: le intolleranze alimentari, infatti, non scattano per un meccanismo di difesa immunitario e inoltre l’intolleranza dipende anche dalla quantità di alimento ingerito.

Non bisogna confonderle neanche con quelle che possono essere le patologie dell’apparato gastro-intestinale, poiché possono essere facilmente scambiate con l’intolleranza alimentare, quando in realtà si tratta proprio di una specifica malattia.

Le intolleranze alimentari si dividono in:

  • dipendenti da difetti enzimatici;
  • dipendenti da sostanze farmacologicamente attive;
  • dipendenti da elementi sconosciuti, derivanti da additivi alimentari.

Quali sono le intolleranze più diffuse?

-L’intolleranza al lattosio è la più diffusa in assoluto. L’uomo non possiede l’enzima lattasi, che consente di digerire il lattosio scindendolo in glucosio e galattosio.

Questo tipo di intolleranza è presente nel 3-5% dei bambini di età inferiore ai 5 anni, ma si presenta anche in età adulta. Nel periodo  dell’allattamento il bambino ha questa intolleranza, che si presenta in forma secondaria ad altre malattie dell’apparato gastrointestinale (flatulenza, diarrea, dolori addominali).

Nell’età adulta possono esserci diverse variazioni di alimentazione, che comportano una produzione sempre più bassa di lattasi. In questo modo, a seconda della quantità di lattosio ingerita, si possono verificare delle intolleranze;

L’intolleranza farmacologica è determinata dal fatto che all’interno di alcuni alimenti troviamo delle sostanze che sono state utilizzate in farmacia per produrre determinati medicinali. Una di queste sostanze è l’istamina (possiamo ritrovarla nel vino, nel formaggio stagionato, negli spinaci ecc.). Altre sostanze che possono causare intolleranze dal punto di vista farmacologico sono il caffeina, l’alcool, solanina e così via;

Intolleranze dovute a meccanismi non conosciuti, o sostanze denominate ”additivi alimentari” come i benzoati, i nitriti e così via;

Intolleranze dovute a disordini gastrointestinali, legate a una funzione immunitaria del nostro corpo (ad es. la celiachia).

In conclusione, nel caso in cui si verifichino reazioni di intolleranza verso un dato alimento, è necessario recarsi a fare le analisi, al fine di riconoscerne la causa e prevenire questi sintomi che possono provocarci

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                                                                                     Dott.ssa Giulia Spano

                                                                                 (Scienze delle attività motorie e sportive)


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I tumori: come si formano.

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Utilizzando il termine ”neoplasie maligne” si è soliti indicare la neoformazione di cellule e quindi di tessuti, caratterizzati da un accrescimento autonomo e progressivo, che si moltiplica nel corso del tempo. Tutto questo meccanismo è afinalistico, poiché privo di scopo e atipico.

L’inizio del processo di cancerogenesi è basato sul fatto che avviene una mutazione nel nostro corredo genetico e dunque nel DNA.

Si distinguono due fasi della formazione del tumore:

  • Fase di iniziazione: agiscono tutti gli agenti chimici, fisici, biologici che vanno a interagire contribuendo alla formazione cellulare. Affinché il tumore si verifichi, deve svilupparsi la seconda fase;
  • Fase di promozione: sono presenti tutti quegli agenti a livello metabolico che vanno a incrementare l’accrescimento della cellula maligna.

Cosa avviene a livello del DNA nella fase di iniziazione?

Il processo di iniziazione è un meccanismo dose-dipendente che non ha un limite soglia, ovvero non si conosce il livello base per il quale una sostanza inizia ad arrecarci malessere. Questo ci fa comprendere che non avremo mai la certezza assoluta del livello di assunzione tale per cui quella sostanza ci possa alterare il corredo genetico.

Possono manifestarsi delle rotture del DNA, errori di riparazione, deiezione, traslocazione, che possono essere provocati da un agente chimico, fisico, biologico o da un suo metabolita attivo.

Cosa avviene a livello del DNA nella fase di promozione?

La fase di promozione, invece, non ha un livello limite, nella quale si verifica. Può essere promossa al medesimo modo dagli stessi fattori precedentemente citati nella fase di iniziazione.Si distinguono i fattori che rendono concreto il processo di cancerogenesi e i fattori che proteggono l’organismo bloccando la formazione della neoplasia maligna.

Il processo di formazione del tumore può essere incentivato da sostanze che lo promuovono, oppure può essere soppressa dalla presenza di sostanze che proteggono il nostro organismo, come i fattori immunologici e i fattori enzimatici che vanno a proteggere il nostro corpo.

Nel caso in cui nella prima fase iniziale questi fattori non comportino l’uccisione del tumore, si passa alla fase di promozione, ma per avere un ulteriore sviluppo, si devono manifestare i fattori promotori. Per non parlare del fatto che il tumore può rimanere nella fase di latenza per molti anni.

Come possiamo ben intuire, ci può essere una stabilità del nostro organismo, nonostante la presenza di una cellula tumorale.

In conclusione, possiamo dire che i tumori rappresentano delle malattie a lento sviluppo, capaci di rimanere nel loro periodo di latenza per un tempo indefinito. Dal punto di vista della sanità si vuole dare una speranza, perché non tutto è perso se una persona si accorge di avere un tumore, o durante dei controlli si constata l’inizio della sua generazione. Il nostro organismo ha delle grandi capacità di protezione, ma soprattutto noi possiamo fare tanto per poterci proteggere.

In che modo? 

Ve ne parlerò in un prossimo articolo.

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Come prestare soccorso.

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In qualsiasi situazione, possiamo trovarci nella posizione di dover prestare il primo soccorso a un individuo che ha subito un incidente.

Nel caso in cui non vi sia nessun tecnico abilitato nel primo soccorso, non possiamo restare fermi senza dare il nostro soccorso al ferito.

Per tale motivo vi illustro le cose che dobbiamo fare e anche quelle che bisogna assolutamente evitare, al fine di salvare la vita (a un paziente che respira).

  1. La prima cosa da fare è chiamare il 118 o il 113;
  2. Una volta  chiamati i soccorsi è necessario osservare nel complesso la condizione del ferito ( verificare se respira, se è in grado di risponderci e in tal caso se ricorda l’incidente che ha subito);
  3. In nessun caso bisogna dargli da bere o da mangiare, ne muoverlo o spostarlo, per non causare ulteriori complicanze;
  4. Nel caso in cui sia cosciente, si consiglia di calmarlo e rassicurarlo sino all’arrivo dei soccorsi;
  5. Slacciare eventuali indumenti stretti per facilitare la respirazione;
  6. Proteggerlo da eventuali fenomeni atmosferici (es. pioggia).

La posizione di sicurezza:

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Se il soggetto è incosciente, vomita o respira male, è opportuno girarlo sul fianco nella posizione laterale di sicurezza con il capo all’indietro, la bocca aperta per mantenere le vie aeree libere ed evitare che la lingua ricada indietro provocando soffocamento.

La posizione antischock:

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Se l’individuo è spaventato e ci si accorge che sta perdendo i sensi, è necessario metterlo a terra con i piedi sollevati a 30 cm. da terra per favorire irrorazione sanguigna dalla periferia al cervello, mantenendo tale posizione per circa 10 minuti anche dopo il ritorno allo stato di coscienza.

Grazie a queste manovre potrete anche voi, contribuire a salvare una vita.


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L’attività fisica nel paziente diabetico insulino – dipendente (DM1)

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Il diabete mellito 1 è una malattia metabolica, di cui la Sardegna presenta la più alta percentuale al mondo di soggetti affetti. Per questa ragione bisogna prestare particolare attenzione alla cura di tale patologia, attraverso l’esercizio fisico e una dieta equilibrata.

Il DM1 ha come causa il deficit assoluto della secrezione di insulina, poiché attraverso un processo autoimmune, si verifica la distruzione delle cellule produttrici di tale ormone, ovvero le cellule beta delle isole di Langerhans (pancreas).

L’insulina è un ormone peptidico anabolizzante, che tra le varie funzioni, ha quella di ridurre l’eccessiva presenza del glucosio nel circolo sanguigno, favorendone l’utilizzo come fonte energetica prontamente utilizzabile dal nostro organismo.

Infatti, come tutte le altre tipologie di diabete mellito, il DM1 è caratterizzato da iperglicemia, ovvero un eccesso di glucosio nella circolazione sanguigna, derivante in questo caso proprio dall’assenza dell’ormone insulina. I sintomi dell’iperglicemia possono portare a diverse conseguenze tra le quali l’aumento della sete, aumento della urinazione, perdita di peso, aumento dell’appetito e visione offuscata.

Nel caso in cui la patologia non venga tenuta sotto controllo dai soggetti che ne sono affetti, si può andare incontro a problemi di salute acuti, che provocano pericolo immediato per la vita, tra cui la tanto sentita ipoglicemia, o rapido abbassamento dei livelli di glucosio nel sangue.

La pratica dell’attività fisica di tipo aerobico è parte integrante del trattamento del diabete mellito, perché si è dimostrata in grado di migliorare il compenso glicemico e ridurre tutte le complicanze nei vari organi tra cui reni, occhi, cuore, nervi.

Nel diabete di tipo 1 i vantaggi derivanti dalla pratica sportiva, sono analoghi a quelli dei soggetti sani, ma vi è in più una vantaggiosa sinergia con l’insulina iniettata, migliorandone perciò l’azione all’interno dell’organismo.

La seduta di allenamento dev’essere strutturata in tal modo:

– Fase di riscaldamento caratterizzato da 5-10 minuti di attività a bassa intensità al fine di preparare i muscoli, il cuore e l’intero organismo all’aumento dell’esercizio;

– Fase centrale, caratterizzata dall’attività fisica programmata;

– Fase defaticamento, caratterizzata da 5-10 minuti di attività al fine di riportare l’organismo alla frequenza cardiaca basale.

Che tipo di sport aerobici sono consigliati?

Il punto di riferimento fondamentale dell’esercizio fisico nel diabete mellito tipo 1 è la guida dell‘American Diabetes Association.

Si consigliano tutte le attività aerobiche pure o prevalentemente aerobiche (nuoto, corsa, camminata, danza, ciclismo ecc.)

Bisogna sempre tenere sotto controllo la FC in modo tale da eseguire l’esercizio aerobico ad un’intensità del 40-80% della FC massimale, per circa 30-60 minuti almeno 4 volte a settimana.

Il diabetico di tipo 1 deve prestare particolare attenzione alla glicemia, che dev’essere monitorata prima, durante e dopo l’attività fisica, al fine di non andare incontro all’ipoglicemia.

Questo può avvenire perché il diabetico di tipo 1, non producendo da se l’insulina, è costretto ad assumerla per via esogena (esterna) ed è dunque INSULINO DIPENDENTE, al fine di non andare in chetoacidosi, situazione che porta al coma.

L’insulina (umana o rapida) dev’essere iniettata nel muscolo, meglio se nella regione addominale, qualche ora prima dell’attività fisica e bisogna controllare la glicemia ogni 30 minuti di esercizio intenso, al fine di decidere se assumere o no 15-30 grammi di carboidrati, utili ad alzarle il valore glicemico.

Il rischio di ipoglicemia durante l’attività fisica è possibile ed è per tale motivo importante evitare sport che che richiedono viglilanza e prontezza (vela, immersione ecc).

Si sconsigliano anche gli sports anaerobici, perché con i refrattomeri attuali non è difficile monitorare correttamente la glicemia.

Per ciò che concerne la dieta da seguire, sempre sotto controllo medico, si tratta di una dieta normocalorica con calorie che derivano per il 55-60% dai carboidrati, 10-15% da proteine e 25-30% dai grassi, ricca di fibre e con buona idratazione idrosalina.

Altro fattore importante è quello psicologico, considerando che parliamo di una patologia che spesso non viene accettata da chi ne è affetto, bisogna motivare l’individuo in questione, offrendogli programmi stimolanti, gratificandolo e supportandolo anche attraverso programmi di gruppo, durante i quali può confrontarsi con altre persone che praticano la sua stessa attività.

In particolar modo nei bambini è importante offrire sports alternativi per mantenere il loro livello di adesione all’attività fisica.


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Obesità e sport: ruolo dell’esercizio fisico.

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Negli ultimi anni, si è evidenziato sempre di più il ruolo dell’esercizio fisico, come terapia di molte patologie cause di mortalità.

L’obesità è una condizione corporea che deriva da un eccesso dell’introito calorico giornaliero e per tale motivo, oltre che ridurre i macronutrienti, è necessario aumentare la spesa energetica attraverso il movimento.

Nonostante si conosca il ruolo importante che ha l’esercizio fisico sulle nostre vite, la maggior parte degli individui riesce a modificare l’alimentazione piuttosto che il proprio stile di vita e questo spesso non è abbastanza.

In particolar modo, questa condizione si verifica soprattutto nelle popolazioni urbane, di cui i bambini sono sempre più a rischio di obesità, poiché dediti a uno stile di vita sedentario, privilegiando i videogames e la televisione, piuttosto che lo sport.

Per tale motivo lo sport è introdotto sempre di più nei programmi di perdita peso.

Il training fisico, ovvero un’attività fisica costante, ottimizza il sistema corporeo e dunque la sua fitness muscolare, ovvero tutti i sistemi fisiologici dell’organismo che agiscono a riposo.

Attraverso la pratica dell’esercizio, si può modificare anche la composizione muscolare, promuovendo la trasformazione delle fibre di tipo IIb, o insulino-resistenti, in fibre IIa, dette anche fibre bianche a contrazione veloce, che sono insulino sensibili.

In questo modo vi sarà un miglioramento della performance metabolica.

A questo proposito, possiamo citare l’interval training, il quale ha riscosso enorme successo nella cura della sindrome metabolica di cui l’obesità addominale e uno dei sintomi principali.

L’interval training è basato su esercizi a diverse intensità alternati da periodi di riposo attivo o passivo. La durata dell’allenamento, escludendo riscaldamento e defaticamento, va dai 15 ai 20 minuti.

In questo modo i soggetti affetti da obesità, oltre a essere maggiormente motivati a praticare l’esercizio in un tempo breve, ottengono anche un’aumento delle fibre bianche, le quali con il passare degli anni tendono a diminuire.

Che tipo di programma dovrebbe seguire un soggetto obeso?

Dopo aver accertato con un esame clinico le eventuali patologie associate al proprio stato di obesità e le proprie abitudini di vita, verrà eseguito a seconda della condizione di salute e dell’età del paziente, un ECG a riposo e sotto sforzo, poiché i pazienti cardiopatici devono seguire un programma di allenamento specifico in centri medici.

Pazienti affetti dal DM2 (diabete mellito 2 ) non potranno praticare diversi sport che risulterebbero compromettenti al proprio stato di malattia.

Il grado di obesità è altrettanto importante nella valutazione, poiché da esso dipenderà il volume e l’intensità del lavoro prescritto.

Pertanto è facile intuire che come in tutti i programmi di allenamento, la gradualità è un fattore predominante e permette di migliorare la condizione muscolare e articolare e i sistemi cardiocircolatorio e respiratorio.

Per tale motivo, il programma ideale dev’essere sempre e solo affidato a un laureato in scienze motorie, il quale attraverso una stretta comunicazione con il medico, strutturerà in base alla condizione effettiva del paziente, modificandolo nel tempo, in base ai miglioramenti acquisiti dal soggetto in cura.

 

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                                                                                          Dott.ssa Giulia Spano

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L’esercizio fisico CURA il Diabete mellito tipo2

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Il diabete mellito 2 è una malattia cronico-degenerativa che deriva, per la maggior parte dei casi, da uno stile di vita squilibrato e dunque tipico di un soggetto sedentario e dedito ad un regime alimentare non equilibrato.

L’esercizio fisico è considerato terapia cardine della cura di questa patologia ed è per questo motivo che, con queste parole, voglio sottolinearne l’importanza, sia come metodo preventivo che curativo del DM.

 

Con il termine diabete mellito si raggruppa un insieme di malattie accomunate da iperglicemia. L’iperglicemia può essere provocata da difetti di secrezione dell’insulina e/o difetti di azione dell’insulina.

A lungo andare, una condizione di iperglicemia cronica, comporta disfunzioni e lesioni in diversi distretti (reni, cuore, vasi, nervi, retina etc.)

Bisogna perciò prestare particolare attenzione ai soggetti affetti da sindrome metabolica (i quali sviluppano patologie come cardiopatia ischemica, diabete, gotta ed altre ancora), in modo tale da avviare corretti programmi di prevenzione del DM2.

Troviamo tra le categorie a rischio di DM2 i soggetti IFG e IGT, ovvero casi di prediabete associato a obesità, alti livelli di trigliceridi e basso HDL + ipertensione.

La prevalenza del diabete in Italia va dal 10 al 23 % e la Sardegna presenta la più alta incidenza di DM1 in tutto il mondo.

La scelta dell’esercizio fisico come prevenzione e cura del DM2 è importante poiché le fonti energetiche utilizzate dipendono dal tipo di disciplina sportiva praticata, che a sua volta determina il tipo di fibre muscolari che vengono maggiormente attivate.

L’esercizio di potenza muscolare favorisce la crescita di fibre bianche, a contrazione rapida, mentre l’esercizio di resistenza favorisce la crescita delle fibre rosse che hanno una grande capacità ossidativa, perché ricche di mitocondri e vasi sanguigni.

L’allenamento di resistenza muscolare DETERMINA l’attivazione di AMPK, una protein kinasi che attiva il gene PGC-1, il quale a sua volta regola i geni coinvolti nel metabolismo energetico collegando gli stimoli esterni alla attività mitocondriale ed è un fattore importante nella determinazione tipo di fibra muscolare, e determina l’attivazione di PPAR-delta, un recettore nucleare coinvolto nella costruzione e nel funzionamento del muscolo.

L’attività fisica infatti determina la rottura del legame altamente energetico del fosforo dell’ATP liberando energia necessaria per la contrazione muscolare. Ciò determina aumento dell’AMP che a sua volta attiva la sua kinasi AMPK per ristabilire, riproducendo il legame con consumo di energia, i livelli di ATP che permettono la contrazione muscolare.

Aumenta anche l’enzima malonil-CoA che aumenta la concentrazione di acidi grassi nei mitocondri in modo da utilizzarli come fonte energetica.

I PPAR sono importanti perché permettono l’aumento delle fibre ossidative dopo l’allenamento oltre che essere un gene master (regolatore) delle cellule di grasso: in particolar modo l’isotipo PPAR-delta è attivato con l’attività fisica, permettendo così la beta ossidazione degli acidi grassi.

Diversi studi condotti negli ultimi anni, che hanno arruolato 2000 controlli e 2200 soggetti a rischio di diabete, hanno stabilito che una dieta a basso regime calorico e una moderata attività fisica hanno ridotto di circa il 58% l’insorgenza del diabete in persone IGT rispetto a soggetti non trattati.

Tali benefici perdurano significativamente da 6 a 20 anni alla fine del trattamento intensivo: si tratta della memoria metabolica.

Gli sports più adatti alla cura e prevenzione del DM2, sono quelli di tipo aerobico, che coinvolgono le masse muscolari maggiori, quelle degli arti inferiori, a un intensità tra 40-60% per bruciare i grassi.

La durata, escludendo riscaldamento e defaticamento, dev’essere tra i 30-60 minuti al giorno.

Negli ultimi tempi è stata constatata l’importanza dell’interval training, ovvero ALLENAMENTO DISCONTINUO composto da delle SERIE DI ESERCIZI A VARIE INTENSITÀ alternate a PERIODI DI RIPOSO ATTIVO O PASSIVO, che permette di ottenere grandi risultati in circa 15 minuti escludendo il riscaldamento.

Altro fattore importante riguarda le precauzioni da seguire per evitare traumi o ipoglicemie e ottenere buoni risultati:

UTILIZZARE CALZATURE ADEGUATE;

MONITORARE LA GLICEMIA PRIMA, DOPO E DURANTE L’ALLENAMENTO;

ECG A RIPOSO E SOTTO-SFORZO;

DIETA BASATA SUL 50-60% DEI CARBOIDRATI, 10-15% PROTEINE E 25-30% GRASSI CON DEFICIT DI 300 KCAL AL GIORNO, RICCA DI FIBRE E INTEGRAZIONE IDROSALINA

La domanda finale è: Può l’esercizio fisico curare il diabete?

Si, attraverso l’esercizio fisico si possono prevenire i casi di insorgenza di diabete in soggetti predisposti o addirittura mandare in remissione il diabete di tipo2, intervenendo sullo stile di vita.

 

                                                                                                      Dott.ssa Giulia Spano

 

 


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Alimenti che fanno bene ai reni.

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oggi vi parlerò di come tenere in salute i nostri cari reni e dunque il nostro sistema escretorio.

Come vi ho detto più volte, la nostra alimentazione incide in modo sostanziale nella nostra vita ed è per questo che non possiamo permetterci di trascurarla. In particolar modo, i soggetti che presentano patologie come l’insufficienza renale, devono ridurre i consumi di proteine, sodio e fosforo.

Alimenti di origine animale come la carne, le uova, gli insaccati, i latticini e anche se con maggior tollerabilità i legumi, devono essere evitati, poiché contenenti proteine, dannose se assunte in eccesso soprattutto nei soggetti prima citati.

Con questo articolo vi suggerisco dei potentissimi alimenti anti-scorie, che una volta inseriti nel nostro regime alimentare, garantiranno una miriade di benefici da non sottovalutare:

-Peperoni rossi: alleati esemplari contro l’insufficienza renale, poiché ricchissimi di sostanze nutritive come le fibre, le vitamine B6, A, C, licopene e l’acido folico. Inoltre così come i cavoli sono poveri di potassio e dunque non affaticano il lavoro renale. In poche parole, date vie alle danze con i peperoni, rossi come l’amore e i vostri reni troveranno la giusta enfasi amorosa per poter tirare avanti con tanta felicità e gratitudine.

-Lattuga: utilissima per i suoi effetti sazianti, utile nel caso in cui i reni siano stressati da un eccessivo apporto alimentare. Le tartarughe, i coniglietti e qualunque animale che si nutre di lattuga, non ha assolutamente problemi di questo tipo, dovremo prendere esempio da loro!

-Verza: ha un esemplare potere disintossicante, soprattutto per i suoi altissimi contenuti di antiossidanti e zolfo. Inoltre, essendo un vegetale e quindi essendo ricco di fibre, ha una rilevante azione anti-scorie, stimolando la diuresi e permettendo l’eliminazione delle tossine. Chi ama quel gusto leggermente amarognolo può ritenersi fortunato, altrimenti, cerchiamo di ridurre il retrogusto accompagnandola con mais o pomodori, per dare un tocco di dolcezza.

-Aglio:  considerato un ottimo farmaco naturale, viene usato nella realizzazione dei condimenti al fine di ridurre gli eccessi salini. L’aglio vanta tantissime leggende alle sue spalle, dovremo essere lieti di assaporare un elemento che ha un lungo cammino alle sue spalle.

-Mais: nutriente dai potenti effetti depurativi, possiede soprattutto vitamine del gruppo B, A, calcio, potassio, magnesio e fosforo. È ottimo nel facilitare la diuresi. La sua dolcezza e bontà non dovrebbero che invogliarci a inserirlo ogni giorno nella nostra insalata.

-Finocchi: sono ricchi di fitoestrogeni naturali, flavonoidi e fibre. Aumentano la diuresi facilitando l’eliminazione delle scorie. Ottimi come snack spezza fame e sfiziosi per la loro croccantezza.

-Radicchio: contiene guaianolidi, ovvero sostanze con proprietà anti.infiammatorie e purificanti.

-Orzo: è un cereale che possiede proprietà a basso indice glicemico, il che è importante per i suoi effetti drenanti e depurativi. Tutti i cereali in genere fanno bene alla nostra salute per i loro contenuti di fibre. Non trascuriamoli!

-Cavoli: sono degli ottimi alleati al fine di eliminare le tossine che invadono il nostro povero organismo, facilitando il lavoro dei reni e contrastando l’azione dei radicali liberi. Tutto ciò in rigor del fatto che possiedono moltissimi filonutrienti e sono ricchi di vitamina K, B6, C, e acido folico. Inoltre hanno un basso contenuto di potassio, il che li rende ancor più interessanti all’interno di una dieta che dev’essere orientata verso la protezione renale. Ci sarà un motivo se i bambini nati sotto i cavoli sono i più belli 😀

-Fagioli azuki: anch’essi ottimi nelle loro proprietà depurative, sono i salva reni per eccellenza. E allora via con un bel piatto di pasta e fagioli, buono e nutriente!

-Ciliegie:  utilissime dato che sono povere di ossolati e ricche di proprietà diuretiche e depurative. Sono indicatissine in casi di stipsi.

-Fragole: ricchissime di antiossidanti, vitamina C, manganese e fibre. Ottime nelle loro proprietà antiinfiammatorie, sono delle alleate perfette nella protezione renale. Se si è in presenza di calcoli renali, assumere questo nutriente, non può che essere d’aiuto.

Tutta la frutta possiede un alto contenuto di fibre e vitamine idrosolubili. Inoltre il sapore della frutta è qualcosa di sublime, io non posso proprio farne a meno, ne mangerei a volontà!

Link dei miei precedenti articoli sulle vitamine idrosolubili, clicca nell’immagine per aprirlo:

Schermata da 2014-11-30 09:35:21

-Acqua: almeno 1 litro e mezzo al giorno. Non dimentichiamoci che siamo fatti per almeno il 70% di acqua e non dovremo mai trascurarla. Senza acqua non si può vivere.

Ecco i link dei miei articoli sull’acqua, clicca nelle immagini per aprirli!

Schermata da 2014-11-30 09:34:47

Schermata da 2014-11-30 09:34:11

Come potete vedere, alla fine, nella maggior parte dei casi basta mangiare in modo sano e corretto per poter alleviare o prevenire eventuali patologie. Ovviamente ogni caso è a se, ma tentar non nuoce, considerando che si tratta di alimenti sani e gustosi.

Buona domenica a tutti,

vi invito a visitare il mio canale Youtube dove tratto di alimentazione, video scaccia pensieri, outfit e quant’altro. Se vi piace vi invito a iscrivervi. Cliccate sulla foto che vi indirizzerà al canale 🙂

Schermata da 2014-11-18 07:44:39